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Il rischio di indentificarsi (solo) con il proprio lavoro

Il rischio di indentificarsi (solo) con il proprio lavoro

Oggi vi proponiamo un interessante articolo di Job24.
Tratta un problema comune, di quelli che però non vengono riconosciuti come tali, perché fanno talmente parte della quotidianità da essere assorbiti e ignorati.
C’è un rischio dietro l’angolo, per tutti: l’identificazione col proprio lavoro. E’ quella strana situazione in cui finiamo per coincidere con la nostra qualifica, situazione in cui possiamo ben applicare il titolo del celebre film di metà anni ‘80 “Sotto il vestito niente”, dove di fatto vestito sta per ogni forma di divisa da lavoro, camice-tailleur-giacca-divisa che sia.

Su Harward Business Review troviamo alcuni spunti interessanti per fronteggiare l’evenienza, con un’avvertenza però: i veri workhaolic si astengano dal proseguire nella lettura, visto che è ben nota la loro riluttanza a cambiare e correggersi.

. Siamo onesti su quanto tempo spendiamo al lavoro e perché. E’ davvero necessario o inevitabile accumulare extra ore di lavoro o lo facciamo soprattutto per impressionare i nostri capi o i colleghi? E non sarà piuttosto che non sappiamo gestire bene il nostro tempo?

Rispondere con sincerità a tali quesiti, semplici eppure in certo modo scottanti, può darci la misura di quanto stiamo sovrainvestendo il nostro lavoro.

. Consideriamo sacrosanto il tempo fuori dal lavoro. Innanzitutto il fatto che questo tempo esista è già di per sé una buona notizia. A questo punto dobbiamo difenderlo coi denti, in particolate dalla maligna tentazione di riempirci l’agenda con l’illusione di riempirci la vita. Riservare per sé alcuni giorni o almeno alcune ore libere è un dovuto atto di benessere per noi e per chi ci sta intorno. Non deve accadere che ciò che è fuori da noi sia sempre più importante della coltivazione, ad esempio, di un interesse.

. Troviamoci un compagno o un mentore sul lavoro. Spesso occupiamo il tempo in casa o con gli amici parlando di ciò che è successo al lavoro, di cosa abbiamo realizzato e di quanto altro ci resti ancora da fare. In questo modo rischiamo però di diventare monotoni e noiosi, ammorbando il prossimo con dettagli decontestualizzati e pertanto privi di interesse. Allora troviamo qualcuno che vive il nostro ambiente con cui parlare di ciò che accade in modo condiviso: ci si potrà anche rilassare e divertire magari davanti a un caffè, risparmiando gli altri.

Ma soprattutto, ricordiamoci che noi siamo più del vostro lavoro. Il successo nella vita non necessariamente, e soprattutto non esclusivamente, coincide col successo nel lavoro. Nessuno può ridursi alla propria mansione, perché non esiste posizione al mondo che valga la pena di prendersi la vita tutta. Concedersi diversi ambiti è il modo migliore per tenere aperta la mente su orizzonti più larghi delle sole deadline che ci assillano e dei target che i capi ci impongono e poi facciamo nostri.

E’ possibile a tutti e sempre, in ogni situazione. Ogni tanto però dobbiamo ricordarcelo, perché quando ci togliamo il vestito da lavoro resti qualche cosa.

Fonte: http://job24.ilsole24ore.com/

Risposta a “Il rischio di indentificarsi (solo) con il proprio lavoro”

  1. Luca Baiguini scrive:

    Tema molto interessante, grazie per la riflessione.
    Credo che il problema consista sì nel carico di lavoro eccessivo, ma soprattutto nell’incapacità di costruire un confine tra lavoro e vita privata, cosa che di fatto porta molti a non godere dei momenti belli della vita privata perché si sentono in colpa per non aver completato un lavoro, e a non essere concentrati mentre compiono un lavoro perché si sentono in colpa per non aver, per esempio, dedicato tempo ai propri figlio.

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